In GIOVANNA HARDCORE M¥SS KETA diventa una neo-amazzone post-punk e post-apocalittica: con un mood a metà strada fra Ladyhawke e Fantaghirò, canta un incantesimo in versi che fa collassare un futuro distopico in un passato oscuro. Un ritornello che si ripete come una formula magica, ogni volta più deciso, su una base musicale che cresce in audacia, accompagnando una danza che si fa sempre più intensa. È l’incarnazione stessa di un sabba rave che rivela i tratti di una danza primordiale e di un rituale contemporaneo. Più che un video, una visione in cui confluiscono ispirazioni diverse, dal celebre capolavoro di Carl Theodor Dreyer (La passione di Giovanna d’Arco, 1928) a Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij, da La cicatrice intérieure a La leggenda di Kaspar Hauser (2012) di Davide Manuli. Da Regina di Porta Venezia a novella pulzella d’Orleans. Donna estatica ed eretica come l’eroina francese: l’estasi dell’hardcore e l’eresia del clubbing in uno spazio aperto e sconfinato. Del resto, l’eresia e l’estasi sono spesso le vie della Verità.