19 novembre 2021, ore 16:00

L’album del divorzio”. Così, complici le tante interviste rilasciate dalla cantante, avevamo etichettato il nuovo disco di Adele in attesa della sua uscita. Ora che abbiamo finalmente ascoltato 30, possiamo dire che è molto di più. Un’opera che schiva gli schemi commerciali e va contro le regole del mainstream inserendo cinque tracce da oltre 6 minuti sulle 12 totali che compongono l’LP. In 30 Adele racconta sì della separazione dal marito, ma va oltre la superficialità che potremmo aspettarci da tanti altri grandi nomi della scena pop. Solo per fare un esempio, in My little love, in una conversazione con il figlio Angelo di cui sono presenti delle brevi tracce vocali, piange e con un’onestà rara nel music biz confessa: “Sto passando una brutta giornata, sto vivendo una giornata molto ansiosa / Mi sento paranoica, sono tanto stressata / Ho i postumi di una sbornia, che non aiuta mai, ma / Sento che oggi è il primo giorno da quando sono partita in cui mi sento sola”.


OLTRE LE LACRIME

Diciamoci la verità, quando abbiamo saputo di un nuovo album di Adele siamo corsi tutti al supermercato, abbiamo fatto scorta di fazzoletti e tornati a casa abbiamo buttato le gocce di collirio conservate nel mobiletto del bagno, consapevoli che le lacrime che avremmo versato di lì a breve sarebbero state l’unico liquido a frequentare i nostri occhi. E non ci sbagliavamo: alcuni brani commuovono e lo fanno in una maniera quasi spiazzante. Oltre alla già citata My little love, Strangers by nature, che apre il disco, già dal primo verso ci fa gridare “lo sapevo!”. “Ho portato dei fiori nel cimitero del mio cuore”. C’è poi To be loved, il gioiellino da mettere in macchina a palla e da cantare (male) a squarciagola nel traffico: “Che si sappia che ho pianto per te / Ho anche iniziato a mentirti / Che cosa assurda da fare / Solo perché volevo essere amata”. Sei minuti e quarantatré secondi di pianoforte e voce che pian piano costruiscono un pathos che si risolve in una serie di acuti (inarrivabili per i più) sul finale. Ma Adele ha tanto da raccontare, e lo fa uscendo dalla sua zona di comfort, in brani come Cry Your Heart Out, dove una voce sintetica ripete più volte il titolo della canzone tra melodie reggae, elementi dub e accenni di organo. O in Oh My God, traccia pop con sonorità elettroniche che, alla lontana, ricordano il Labirinth che firmò la soundtrack di Euphoria.


TRA SOUL E GOSPEL

La chiave di lettura dell’album la si trova nel video di Easy on me (il primo singolo estratto dal disco): girato nella stessa casa in cui era ambientato quello di Hello (con cui condivide anche il produttore, Greg Kurstin), il videoclip parte in bianco e nero per poi diventare a colori verso la fine. Mille sfumature, come quelle che colorano l’opera. Oltre al dolore, ci sono i momenti di riflessione di I Drink Wine e Woman like me: “Non hai mai avuto una donna come me / è così triste che un uomo come te riesca ad essere così pigro / la costanza è la chiave per tenersi una donna come me”. Un viaggio emotivo che si discosta dai precedenti lavori in studio soprattutto per le sonorità in cui, tra accenni gospel (fortissimi in Hold On), torna al soul e a strizzare l’occhio a Amy Winehouse, specialmente in una delle tracce più ambiziose dell’intera produzione: Love is a game.